La comunicazione non verbale nel processo expat

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Se non sai come dirlo, dillo col corpo!

La comunicazione non verbale è un aspetto fondamentale della comunicazione umana. Nelle interazioni umane il linguaggio è lo strumento che ci permette di entrare in relazione con gli altri.

Quando si parla di linguaggio pensiamo, automaticamente, alle parole: quindi al contenuto espresso in forma verbale. Meno spesso ci ricordiamo dell’importante funzione di tutti quegli aspetti non legati alla parola che non solo arricchiscono, ma determinano la comunicazione stessa.

In contesti interculturali, dove gli interlocutori non condividono il nostro patrimonio linguistico, l’espressione verbale può divenire una barriera. Chi vive fuori dal proprio paese di origine è a conoscenza di quanto sto affermando. Per quanto la nuova lingua possa essere simile alla nostra (quindi più facile da apprendere!) è importante armarci di pazienza, studiarla e praticarla per riuscire ad esprimerci.

Con “riuscire ad esprimerci” mi riferisco non solo alle interazioni quotidiane (fare la spesa, trascorrere una serata in compagnia, rispondere ad una telefonata, ecc…) ma più specificamente alla possibilità di comunicare i propri stati emotivi. La comunicazione non verbale possiede quindi un ruolo importantissimo:

possiamo affidarci alla comunicazione non verbale quando ci mancano le parole per dirlo

Osserviamo come la comunicazione può essere rappresentata in un grafico a torta.

comunicazione non verbaleCiò che esprimiamo con le parole all’interno di un processo comunicativo, occupa una piccolissima percentuale del grafico: il 7%.

E il resto?

La fetta di grafico che prende il nome di comunicazione non verbale racchiude tutte le modalità del linguaggio del corpo, attraverso la postura, i movimenti, le espressioni del nostro viso.

Questo tipo di linguaggio é fortemente legato alle emozioni che proviamo e ci aiuta ad esprimere approvazione o disapprovazione. Si tratta di tutte le informazioni che recepiamo guardando l’altro, che acquisiamo quindi attraverso la vista. Questo tipo di comunicazione è strettamente correlato al bagaglio culturale che ci portiamo dietro, basti pensare che il nostro abbigliamento parla di noi, così come la gestualità appresa e condivisa all’interno di una determinata cultura.

La terza grande fetta che completa il grafico è riservata al paraverbale, l’aspetto che nella scrittura potremmo identificare con la punteggiatura. Include il tono della voce, le pause e la velocità con cui parliamo. In poche parole, il “come” stiamo definendo ciò che la nostra voce esprime a parole.

Queste caratteristiche del linguaggio si muovono insieme, si completano e si arricchiscono. Così come il linguaggio verbale é specifico di un luogo, anche le espressioni non verbali si differenziano a seconda della terra e della cultura in cui sono insite.

David Matsumoto è un famoso esperto di comunicazione non verbale, cultura ed emozioni. Nelle sue pubblicazioni affronta abbondantemente questa tematica, ovvero la comunicazione non verbale nell’incontro di più culture. Questo studioso asserisce che le differenze culturali sono minori delle differenze individuali. Spesso, nell’incontro con l’altro, tendiamo a perdere di vista le somiglianze; al contrario é attitudine diffusa sottolinearne le differenze.

In realtá la maggior parte delle persone del mondo “vuole stare insieme”. E all’interno delle relazioni, la chiave per poter stare insieme è la comunicazione. Per questo la comunicazione non verbale ci può aiutare quando la verbale fallisce!

L’emozione più facile da comunicare quando ci si relaziona con culture differenti?

La FELICITÁ ! Le altre emozioni, ad esempio la tristezza, il disgusto, la sorpresa…possono essere equivocate dal nostro interlocutore e dalle differenze culturali. Essere positivi, piacevoli e gentili è facile da comunicare, e nella maggioranza dei casi viene immediatamente recepito.

Come allenare la nostra comunicazione non verbale?

Ecco alcune semplici strategie per diventare più efficaci quando ci troviamo in un ambiente estraneo alla nostra cultura:

* Interesse, quindi mostrare curiosità e trovare il giusto canale per riuscire ad esprimerla.

* Volontà, nell’apprendimento del linguaggio e della cultura dell’interlocutore.

* Gestualità, se l’incontro con l’altra persona ci risulta piacevole, esprimiamolo col corpo. Come? Ad esempio evitando di stare con le braccia incrociate: é un atteggiamento che, senza renderci conto, utilizziamo come scudo difensivo e potrebbe essere interpretato dall’altro come chiusura.

* Osservazione degli atteggiamenti relazionali delle persone intorno a noi. Fermarsi a guardare ci permette di catturare informazioni sulla nuova cultura.

Nella nostra esperienza quotidiana di vita expat è quindi importante allenare la vista e non solo l’udito della nuova lingua. Il nostro corpo ci parla, cosi come quello del nostro interlocutore; e più diventiamo conoscitori di questo linguaggio, più benefici avremo anche in situazioni con culture differenti. Senza le parole specifiche di ciascuna cultura, siamo più simili di quanto pensiamo.

Fonti: https://www.psychologytoday.com/us/blog/between-cultures/201706/non-verbal-communication-across-cultures

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Martina Cortese
Mi sono laureata in psicologia clinica e di comunità a Torino, dove in seguito ho ottenuto l'abilitazione alla professione di psicologo. Ho conosciuto la Spagna durante un viaggio in solitaria a fine università, uno di quei viaggi che partono un po' per caso e si rivelano scoperte. La città di Granada mi ha conquistata; con molto entusiasmo e altrettante paure ho quindi deciso di volare oltre le Alpi, e ricominciare in Andalusia. Ho sempre avuto interesse per le dinamiche emotive e relazionali, considerando l'individuo non solo come parte di un sistema ma come protagonista del suo mondo esperenziale: per questo la scelta di iscrivermi alla scuola di Terapia Sistemico-Familiare di Malaga, dove sto continuando la formazione. L'essere in prima persona una “migrante” mi ha portata ad avvicinarmi, fin dal tirocinio post-lauream, a tematiche di integrazione, accoglienza, e di emergenza nei campi con rifugiati. Mi piace pensare di essere ancora in viaggio, e di essermi fermata in un luogo e tra le persone che mi fanno sentire a casa.

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